Se chiudo gli occhi si sente ancora quella voce musicale, la voce di un nanerottolo che grida,e che sembra quasi una cantilena.
Se vado più a fondo nella testa, sento le risate di Andra mentre se la spassa, pazza, dietro la mia schiena sul sellino della bici.e le signore bolognesi che quando mi vedono con lei dietro di me, inconsuetamente, mi sorridono.
Mi viene in mente che forse, per riuscire a togliere certi filtri, certe pareti di incomunicabilità, bisogna consumarsi un pò, abusare di se stessi, spingersi oltre i limiti del proprio fisico troppo spesso accettati.
Stancarsi, e continuare, per ritrovarsi con un'armatura meno reattiva, più scarica e lenta anche nei riflesssi incondizionati paranoico-metropolitani
e riuscire,così, d'incanto, come gesto tutto ad un tratto di nuovo spontaneo,
a fissare negli occhi, ad immergere le parole dove non dovrebbero o potrebbero normalmente.
E tutto ad un tratto rirendermene conto, forse in maniera anche più consapevole per la sua funzione nei confronti degli altri, di quanto non si debba temere il valore di qualcosa che si ripete.
Come imparare a prendere gusto nel recitare sempre la stessa commedia , più e più volte,durante un tour itinerante.
E ogni volta riuscire a rifarlo con lo stesso entusiasmo.
E forse, imparare a sapersi ripetere, può diventare più importante (o tanto quanto importante o forse diversamente importante),
dell'inventarsi qualcosa di nuovo.

e fai rientrare la luce.
